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Il ventunesimo gatto!

21º
Nonno Salvo
La quarta parte della mia terza vita
Quella che sarebbe diventa la mia mamma definitiva, che però vuole essere chiamata #Zia perché, dice, una mamma vera devo averla avuta, fa il dottore. E i medici si sa, covano la segreta ambizione di salvare vite. Solo che la mia mamma/zia definitiva fa il medico di campagna e non ha grandi occasioni di salvare vite umane. Allora le è venuta questa idea di offrire una vita nuova a un gatto disgraziato come me. Figuratevi dunque quando ha letto l’annuncio!

Un miracolo? Lo faccio io il miracolo!

deve essersi detta, piena di autocompiacimento. A questo punto, mi preme fare una precisazione. A me questa storia del miracolo non mi sconfinfera per niente. Ora ditemi, perché mai dovrebbe essere un miracolo adottare un micetto adorabile come me? Guardatemi ora. Sono belloccio, ho un ottimo carattere, sono compiacente e socievole il giusto. Intelligentissimo, autosufficiente ed emancipato. Non piscio mai fuori dalla lettiera (salvo in caso di emergenza) e non sono schizzinoso con il cibo. Quando mi lascio andare, faccio perfino le fusa. Dovrebbe essere un privilegio diventare la mia famiglia, non il contrario. Ciò detto, torniamo alla cronaca.
La mia futura mamma/zia definitiva si fa avanti con mamma #Mary Rose e le dice che vuole adottarmi. Mary è felicissima, ma attraverso canali segreti prende informazioni sulla candidata adottande, mica può affidarmi ad una persona sconosciuta e non referenziata. Pare che la dottoressa abbia la fedina felina pulita e allora incomincia un fitto scambio di fotografie, quelle che ritraggono me e i miei progressi di salute e quelle che ritraggono alcuni dei miei futuri coinquilini. In particolare ce n’è uno, mi dice mamma Mary che mi somiglia tantissimo e che fa sapere che attende con trepidazione il mio arrivo. A me dispiace lasciare la casa di mamma Mary e dover rinunciare alle sue morbide carezze, ma devo rassegnarmi. Poi un giorno ascolto per caso una telefonata.

Pescara? Ma non è vicino a Roma? Ah no? Dall’altra parte? O mannaggia, e come facciamo?

Il cuore mi cala nelle mutande e con un balzo risale in cielo: forse la dottoressa abita in un posto sconosciuto e irraggiungibile con qualsiasi mezzo di trasporto. Forse è destino che io resti qui! Ma niente, i giorni successivi è un continuo messaggiare, telefonare, scrivere annunci, e dopo due settimane arriva il verdetto:

Caro Nonno Salvo: lunedì ti facciamo la seconda puntura e mercoledì si parte.

La voce di mamma Mary è ferma ma non è squillante e melodiosa come sempre. Suona un po’ come i vecchi dischi di musica jazz dell’Ammiraglio, quando i graffi facevano impennare la puntina. Non ho detto niente, ma quel giorno ricordo che non ho mangiato quasi niente, cioè solo tre scatolette e una scodella di crocchette e mi sono ritirato nel mio cestino fino all’indomani. Mentre mi porta per l’ultima volta dalla veterinaria, Mary mi illustra il problema del viaggio e il programma per risolverlo.

La zia adottante abita a quattrocento chilometri di distanza da Salerno

mi spiega. Dunque non a quattrocentomila come per un momento avevo sperato.

E noi ci troviamo a quaranta chilometri da Salerno. Quindi domani alle otto del mattino verrai consegnato alla stazione degli autobus di Salerno ad un signore che viene da Pescara e che guida un grosso autobus rosso. Io purtroppo non posso accompagnarti in città perché a quell’ora devo portare i bambini a scuola. Quindi stasera viene a prenderti con la moto #Andrea, che è un grande amico dei gatti. Dormirai a casa sua e domattina di buonora ti porta in moto alla stazione. Poi il signore con l’autobus ti porta a Pescara, ci vorrà qualcosa come cinque ore, e lì vengono a prenderti con ma macchina per portarti a casa.

Perché non pure un cammello, un battello, un aereo o un elicottero, penso io, perplesso. Mah. Certo che quella notte non ho dormito un gran che, troppi pensieri nella testa. Ma si sa, le mappe sembrano sempre più difficili del viaggio.
La sera dopo con santa rassegnazione ho dato un’ultima testatina alla mia adorata Mary e mi sono lasciato infilare nel trasportino.

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