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Il Decalogo

I. Socializza ma fidati con moderazione
II. Adotta un linguaggio comprensibile
III. Mangia
IV. Fai i bisogni nella lettiera e pulisciti bene
V. Ronfa
VI. Rispondi al tuo nome
VII. Fatti ficcare nel trasportino
VIII. Sorridi al Veterinario
IX. Prendi le medicine
X. Fatti i fatti tuoi
Se sono arrivato fin qui e adesso sono diventato pure un gatto quasi presentabile, con i rotolini di ciccia sul collo il pelo liscio e l’espressione mansueta, sicuramente devo ringraziare i vari benefattori che hanno incrociato il mio mesto percorso a partire da quella gelida sera d’inverno nella ridente cittadina portuale eccetera eccetera. Molto è dovuto anche alla fibra resistente della quale sono dotato e grazie alla quale sono stato in grado di affrontare intemperie e pestilenze. Però un aspetto fondamentale per la sopravvivenza è la capacità di sviluppare una filosofia dell’esistenza che permetta di cavarsela, ma no che dico, di uscire a testa alta dalle difficili situazioni che la vita presenta. A questo punto della mia terza vita posso dire che le mie strategie si sono dimostrate vincenti e quindi mi corre l’obbligo, se è vero, ammesso e non concesso, che sono un Nonno (condizione sulla quale mi riservo ancora di riflettere), di rendermi utile ai miei consimili esponendo in maniera chiara e concisa i dieci “come si fa” per un’efficace conservazione della specie. Tutti i precetti si applicano sia alla condizione di randagio sia a quella di gatto domestico, anche se il punto quattro è più specifico per lo status di gatto adottato e i punti da sette a nove riguardano anche gatti di strada nella misura in cui sono presi in carico da gattofili/e

I. Socializza
La disposizione a socializzare è un presupposto imprescindibile sia per ricevere aiuto in situazione di emergenza quando vivi in strada, sia per ottenere il massimo dei conforti della vita domestica. Gli esperti ti spiegheranno che vicino ai baffi abbiamo “delle ghiandole che secernono degli ormoni che concorrono a determinare il riconoscimento…”. Te la metto giù più chiara e semplice. Strusciare il naso sulle gambe del passante, del volontario o dell’adottante stabilisce una relazione di reciproco aiuto, significa: io ti faccio da figlio e tu fammi da papà/mamma. Molti non pelosi a questo punto si sdillinguiscono e si mettono in azione per aiutarti. Attenzione però, perché ci sono anche poco difendibili e infami non pelosi che invece di chinarsi ad accarezzarti ti sferrano un calcio. Senti bene l’odore, prima di sbilanciarti e resta sempre in guardia perché non sei infallibile nel discernere tra umani perbene e umani permale. Simili precauzioni è bene prenderle anche con i tuoi consimili. L’unione fa la forza se si tratta di ottenere i benefici riservati alle colonie di randagi, ma sappiamo anche che l’eccessiva vicinanza scatena lotte furibonde per il controllo del territorio. Ragione per cui, guardati sempre le spalle.

II. Adotta un linguaggio comprensibile
Sai bene che puoi modulare la tua voce tra infinite sfumature, da un ruvido machesco grugnito al flebile melodioso miagolio. A volte le diverse tonalità, specie quelle più sottili e flautate agiscono armoniosamente sui sensibili tasti dell’umana compassione. Però attenzione. Non tutti i non pelosi hanno un udito sensibile, anzi spesso sono francamente sordi ai tuoi richiami. Quindi meglio avere massimo due-tre espressioni chiare e inequivocabili per indicare “fame” e “sete”, che corrispondono poi a bisogni primari. Cacca e pipì si risolvono più facilmente in maniera autonoma. Un metodo che ho sperimentato con successo nella mia prima e terza vita è quello di trascinare rumorosamente sul pavimento la scodella vuota del cibo. A questo scopo non sono adatti rivestimenti di moquette e scodelle di plastica coi guarnizioni di gomma. Se il cibo è a disposizione, è infallibile il metodo di unghiare le buste dei crocchi e i coperchietti di stagnola delle scatolette. Nella seconda vita tutto è stato più difficile e l’unica speranza erano le serenate di miagolii neomelodici alla Culio Iglesias davanti alle vetrine delle macellerie.

III. Mangia
A condizione che le tue richieste vengano assecondate e che del cibo commestibile ti venga offerto, fai poche storie e mangia quello che si offre. La raccomandazione vale principalmente per i gatti che hanno casa. Io francamente capisco poco quelli che si fanno comprare intere pile di costosissime scatolette di filetti di salmone selvaggio dell’Alaska e il giorno dopo decidono che il cervo rosso siberiano gli va più a genio. Se hai conosciuto i morsi della fame, fai poche storie e mangi qualsiasi cosa possa contribuire a ricostituire gli anelli di grasso sul collo. Oltre a venire a vantaggio immediato del tuo stato di nutrizione, questo atteggiamento suscita compassione e simpatia negli adottanti, che si prodigheranno nel servirti gustosi pranzetti e stuzzichevoli merendine, nell’impeto di risarcirti per le pene sofferte quando eri un gatto di strada. Potrà capitarti perfino che si informino sulle specialità gastronomiche del tuo territorio di origine e si rechino presso spacci specializzati per approvvigionarsene. Credo che sia ormai chiaro a tutti che ho un debole per il caciocavallo podolico DOP campano. Ovviamente ti faranno presente che simili prelibate tipicità vanno degustate con moderazione, perché pare che le cose salate e i latticini di vacca fanno male a noialtri felini. (Su questo mi riservo di riflettere.) Per quanto riguarda invece i gatti di strada, mi sentirei di raccomandare quanto segue: mangia, ma sii prudente. Ci sono in giro loschi figuri che lasciano bocconi avvelenati dall’apparenza gustosa o letali beveroni dall’odore attraente nei posti dove passate in cerca di nutrimento. Ora, non dico di documentarvi con tripadvisor, che del resto dicono che non è tanto affidabile, e nemmeno aspettatevi di essere accolti in eleganti ristoranti stellati, ma cercatevi degli onesti esercizi, trattorie, bar, macellerie, norcinerie etc., dove qualche avanzo o qualche ritaglio un’anima pia te la lascia cadere con benevolenza. Mi hanno raccontato poi di mirabolanti posti, che adesso vanno molto di moda, dove i clienti pasteggiano al cospetto di fantastici gattoni che gironzolano per il locale. Suppongo che lì se ti affacci nel retrobottega ti accolgono con dolcezza e non ti trattano certo a pesci in faccia. Anche perché, ahimé trattasi di locali vegetariani o, peggio, vegani. Doppio paradiso non si può godere, come diceva la vecchissima madre dell’Ammiraglio.

IV. Fai i bisogni nella lettiera e pulisciti bene
Ora voi dovete spiegarmi per quale oscuro motivo nella casa dove vivo stabilmente la mia terza vita ci sono sette cassette per lettiera coperte e una aperta ogni undici gatti (di cui tra l’altro tre o quattro hanno il permesso di uscire) e puntualmente ogni santa mattina quando la Zia va per pulirle trova da una a tre cacchine azzeccate per terra, proprio davanti alla porticina del viccì. Che cosa mi sta a significare? Cercate conferma dello sconfinato amore cha la Zia vi porta, mettendola giorno per giorno a dura prova? Chi ve lo fa fare a tirare la corda? E se si spezza un giorno o l’altro? Io fin dal primo giorno nella dimora della mia terza vita mi sono comportato con la massima educazione e discrezione. Pur essendo ciecato, ho localizzato subito l’area lettiere ed individuato la posizione della cassetta aperta, che evito perché potrebbe emanare imbarazzanti effluvi. La mattina attendo pazientemente che la Zia ripulisca tutte e otto le toilette, sostituendo la sabbia usata con quella fresca e deterga accuratamente il pavimento antistante, e quando quest’ultimo è ancora bagnato mi reco in una cassetta coperta, sempre la stessa, per espletare le mie funzioni corporali. Ricopro bene ed esco, ripassando sul pavimento sempre ancora bagnato. Prendete esempio. Altra cosa è quando mi portano presso lo studio veterinario che dista sette chilometri dalla casa della mia terza vita. In questa circostanza tuttora mi emoziono, anche se dovrei averci fatto una certa abitudine, data la frequenza delle mie visite ai dottori. Accade quindi che ogni volta, esattamente al chilometro quattro del tragitto faccio la cacca nel trasportino. Anche qui sono metodico, la faccio esattamente in corrispondenza di uno slargo dove la Zia può fermare la macchina, cambiare la traversina e pulirmi il sedere coi fazzoletti umidi. Ormai siamo organizzatissimi, la Zia ha in macchina tutta l’attrezzatura per il cambio ed ha perfino calcolato i cinque minuti occorrenti per il pit stop rispetto all’appuntamento coi dottori. Ad ogni modo, sappiate che i bisogni che fate in situazione di necessità e di tensione emotiva vi vengono perdonati senza batter ciglio. Come quella volta che Goffredo proprio all’interno dell’ambulatorio veterinario si imbrattò tutto il gigantesco codone di un’altrettanto gigantesca cacca molliccia e puzzolente e ci volle un’intera settimana per ripulirlo. Un'altra cosa che stento a capire è questa frenesia dei gatti in cattività di marcare il territorio con la pipì. Vi hanno tagliato le palline, vi hanno chiuso in casa, vi danno da mangiare e da bere a volontà, vi hanno dato una cuccia calda a ciascuno, vi lisciano, vi curano se occorre. Allora cosa ci avete da marcare, dico io. Pari diritti per tutti e territorio condiviso. Mica vi rendete simpatici pisciando negli angoli, sui muri, sui mobili, sui vetri, sulle tendine e che so io dove ancora, aumentando enormemente il lavoro e lo sconforto della Zia . Nonché il consumo di detergenti e deodoranti ambientali fatti apposta per i profumini lasciati dai gatti, e pertanto costosissimi. Sconsiglio fortemente questo comportamento. Che tra l'altro vi si ritorce contro: se vi comportate così vi rovinate la reputazione e non vi faranno più entrare in camera da letto o nello studio o peggio ancora vi terranno lontano dalla cucina. Io, invece, che ho fama di fare tutto con la massima precisione e puntualità nella cassettina, ho libero accesso ovunque.

V. Ronfa
Noi gatti sappiamo tutti benissimo che le fusa non sono un segno inequivocabile di benessere. Prova ne sono i nostri simili capaci di emettere il melodioso sommesso suono perfino quando sono adagiati sul lettino del veterinario e pure quando hanno il mal di pancia. Però gli umani sono convinti che ronfiamo solo ed esclusivamente quando siamo felici, ed in particolar modo quando stiamo in braccio a loro e ci accarezzano e ci fanno tante moine con la vocina in falsetto. Beh, non smentiamo. Gratifichiamoli. Loro sono soddisfatti e convinti che non abbiamo altra ambizione che quella di adagiarci mollemente fra le loro braccia, e loro, nell’infinita gratitudine che provano per tanta disponibilità da parte nostra, il più delle volte tirano fuori qualche merendina speciale, tipo quei gustosissimi concentrati di salmone essiccato che arrivano in omaggio quando fanno grossi ordini di crocchette. La tattica è ugualmente valida per i colleghi randagi: l'umano che vi nota mentre vi trascinate faticosamente in cerca di mezzi di sostentamento e si avvicina per farvi una carezza sarà rapito dal vostro tenero fuseggiare. Penserà subito di essere un privilegiato, uno scelto fra molti. Lasciateglielo credere, e ci sono buone probabilità che vi porti con sé strappandovi ai perigli della strada.

VI. Rispondi al tuo nome
Ah, in tema di gratificazione questo è un altro punto importante. Dopo l'adozione nella migliore delle ipotesi ti avranno dato un nome che in qualche modo ti rappresenta o parla della tua storia o del tuo santo protettore che ti ha accompagnato fin qui. Tipo io, Salvo, o Speedy o Pierpaola, etc. Molte volte sono nomi altisonanti, tratti dalla saga dei Nibelunghi o dall’antica storia degli Egizi. A volte sono ridicolissime storpiature tratte da cartoni animali o filastrocche per bambini, ma poco importa. Importa che l'umano, nel darti il nome, ha definito una condizione di reciproca appartenenza, un legame affettivo e una condizione di diritto. In breve: qua sei e qua resti. E allora concentratevi bene. Accettate compostamente l'assurdità di certi nomi e dei relativi o spesso poco relativi nomignoli e vezzeggiativi che vi appioppano e rispondete all’appello prontamente e con gli occhi sgranati - almeno quelli di voi che gli occhi non ce li hanno ricuciti, come me - e barra o le orecchie appizzutate, se avete ancora le orecchie. Dategli soddisfazione. Più lesta e intensa è la vostra risposta, minore sarà il rischio di essere rispediti da dove siete venuti.

VII. Fatti ficcare nel trasportino
Premetto. Capita, fortunatamente di rado, che i nostri simili vengano abbandonati dentro a un trasportino. Generalmente la malvagità dei bipedi è più grezza e rudimentale, e l’abbandono avviene a corpo, e spesso a corpicino, libero, o al massimo in un cartone o, peggio del peggio, dentro a una busta di plastica, come è successo al nostro povero Uliviero e sua sorella buonanima. Il trasportino ha un certo costo e prevede almeno un minimo di intenzione di accudire l’animale, una primordiale volontà di prendersene cura. Gli abbandoni con trasportino, copertina e scodella dell’acqua sono rari. Se devo dire la verità, una volta, quando ancora ci vedevo, ho assistito da dietro l’angolo a un abbandono con trasportino e mi sono quasi impietosito. Mi è venuto in mente che di questi tempi ci sono persone che hanno fatto male i conti con la loro sopraggiunta povertà e quando hanno preso un gatto non immaginavano che potevano arrivare al punto di non riuscire a sfamare manco i propri figli, figuriamoci curare animali malati. Fatevi dire dalla Zia quanto costano le medicine per gli animali, spesso anche dieci volte il prezzo delle stesse pasticche o punture per gli umani. Ciò detto, l’inserimento in trasportino potrebbe esporre al qualche rischio, quindi come sempre prudenza. Però nella stragrande maggioranza dei casi significa due cose buone: o che ti stanno portando a casa con la prospettiva di un'adozione, o che ti stanno portando dal dottore. In tutti e due i casi le intenzioni sono non sono cattive. Ergo, come diceva l’Ammiraglio, che cazzo, come non diceva l’Ammiraglio, ti strilli, strepiti, zampi, unghi, svicoli o ti aggrappi con tutte e quattro le zampe allo sportello come se dovessi partecipare a una gara di free climbing? Lasciati ficcare nel trasportino senza opporre resistenza, nel novantanove percento (99%) dei casi è per il tuo bene, nel restante un percento (1%) probabilmente pure. Oltretutto, se ti ci adagi con tutta calma, è pure probabile che non ti salga la pressione e che pertanto i veterinari non ti appioppino una cura pure per quella. E che non salga la pressione ai tuoi badanti. La regola generale è sempre quella: fai il simpatico e non creare problemi inutili.

VIII. Sorridi al veterinario
Le spese veterinarie hanno un costo. La cassa mutua per i cosiddetti animali d'affezione - saremmo noi - non l’hanno ancora istituita. Mi dicono che ci sono dei gattofili che hanno sempre un conto aperto presso il veterinario e non sanno dove andare a sbattere la testa per saldarlo. Quindi, applicando un minimo di logica, se ti ci hanno portato, vuol dire che lo fanno per il tuo bene, nella maggioranza dei casi. Esistono delle tristi eccezioni, delle quali mi riservo di parlare in diversa sede, ma per fortuna sono appunto eccezioni. Evita pertanto di fare i bisognini sul pavimento tirato a lucido della sala d’attesa o peggio sul lettino da visita in acciaio lustrato. Non strillare a vuoto e, se riesci a farti violenza, magari ronfa pure. Saranno tutti più pazienti e gentili con te e il risultato netto è che ti visitano in maniera più accurata e ci capiscono qualcosa di più di quello che hai. Ci sono degli ambulatori, poi, dove se gli risulti simpatico ti offrono perfino crocchette di qualità, quelle dei campioni lasciati dai rappresentanti di crocchette, per intenderci. Roba che io personalmente me la sono sognata per anni. C’è pure la possibilità che se si impietosiscono per il tenero gattino raccolto dalla strada, mostrino il loro volto piu umano e facciano un consistente sconto sull’onorario, magari aggiungendo pure dei campioni omaggio di integratori o leccornie varie. Quindi, come per il trasportino: keep calm and sorridi. Tutto a tuo vantaggio.

IX. Prendi le medicine
Su molte scatolette delle pillole per noi gatti mi dicono che c’è scritto che sono appetibili, io dico puah, quale appetibile, è tutto un imbroglio. A proposito: perché le scatolette dei farmaci per gli animali, a differenza di quelli destinati agli umani, non portano la scritta in Braille, cioè quei puntini rilevati che permettono a noi ciechi di distinguere con i gommini fra una medicina e un’altra, come quando si tratta degli umani? Che vuol dire? Che una persona che non ci vede non ha diritto ad avere cura di un peloso? O che non fa niente se sbaglia a darci le medicine? Mah. Con quello che costano dovrebbero farci attenzione a certe cose. Se le pillole sono il piu delle volte disgustose, anche le siringhe non sono piacevolissime quando ti penetrano le carni, specialmente se hai la pellaccia tosta come tutti noi randagi prima che ci facciano zaczac. (Zaczac è pure un altro tema sul quale dovrò soffermarmi in un’altra occasione). Tuttavia (suona bene tuttavia, vero?), torniamo sempre allo stesso discorso: se ti hanno portato dal veterinario, se ti hanno comprato a caro prezzo le medicine sarà sicuramente per il tuo bene e non certo per torturarti. Quindi anche qui: keep calm e sottoponiti: apri la bocca o presta la collottola senza mozzicare, senza lanciare grida disanimali e senza graffiare a morte chi sta cercando di curarti. Più stai tranquillo, più la procedura si svolge in maniera rapida e indolore, e magari ci scappa pure un premio. In cibo, naturalmente, inutile precisare.

X. Fatti i fatti tuoi
Questo è il padre di tutti i precetti, la madre di tutte le raccomandazioni. Gli umani sanno essere più litigiosi e territoriali di noi gatti. Loro non si rendono conto, ma a volte marcano il loro territorio con frasi e atteggiamenti che puzzano più della pipì di un gatto intero (intero significa che non gli hanno ancora fatto zaczac) nel periodo degli amori. Quando succedono queste cose, mi raccomando: state al vostro posto, non prendete parte per nessuno e ronfate come se nulla fosse se qualcuno vi si avvicina. Questo serve a ridurre l’elettricità nell’aria, a mantenere un ambiente vivibile (almeno per voi) e a preservare il regolare svolgimento della giornata, soprattutto per quello che riguarda la somministrazione dei pasti. Che poi è quello che veramente conta. Secondariamente poi è possibile che il vostro atteggiamento bonario infonda una certa serenità nei contendenti e favorisca una riconciliazione. Dev’essere per questo che gli scienziati dicono che chi ha in casa un gatto si ammala di meno e campa più a lungo. Forse è meno essenziale, ma io personalmente adotto questo atteggiamento anche nei confronti dei miei simili che inevitabilmente si azzuffano, visto che ormai siamo in ventiquattro. Vivi e lascia vivere, in estrema sintesi.
Il 21º gatto

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