un Click per ascoltare!

Istericona


Abby

 

Sono giorni che mi frulla per la testa una storia.

Ma devo trovare il “registro” giusto, come dite voi umani, sennò potrei rendermi ridicolo, ma soprattutto potrei rendere ridicola la persona che me l’ha raccontata. E la persona che me l’ha raccontata è una persona molto seria, uno scienziato. Un dottore, anzi, “il medico superiore” lo chiamano gli Zii. Sì, perché lui è un grande medico, uno studioso, e per questo recentemente è diventato, ancora molto giovane, capo di un grande reparto in un grande ospedale su nel grande Nord, nello stesso posto dove si è fatta dottora la Zia (questo però molto molto tempo fa). Ma quello che più lo fa grande oltre alla sua competenza è  la sua sensibilità, la sua disponibilità e il suo garbo nel trattare coi malati, mi dice la Zia.

E come tutti i medici veramente bravi, ha una sottile vena di follia, o di poesia, se preferite. Ed una inclinazione per tutte le belle arti. Tanto è vero che per fidanzata ha scelto un’artista di fama mondiale. (Pure il mio veterinario, quello che mi segue il naso, è un tipo così.)

Dunque.

La scorsa settimana, quando lo Zio stava preparando le luci esterne e io l’ho aiutato, come vi dicevo, era proprio lui uno degli ospiti.

Loro si sono seduti sotto gli alberi davanti alla piscina e noi ci intrattenevamo nella nostra sala-gatti che ha dei grandi finestroni ad arco che affacciano proprio su quella zona del giardino. Il nostro spazio era illuminato e loro, seduti a tavola, fra una portata e l’altra ogni tanto osservavano i nostri movimenti. Quando la Zia ha servito il filetto di maiale in crosta, forse attratta dall’odorino, la nostra Abbandonata da Bari è scesa da sopra l’ormai famigerato armadio e si è appesa con movenze sinuose alla grata che delimita le finestre, facendo una sorta di coreografia che ricordava una danza rituale. La finestra illuminata, con la sagoma lattescente della gatta che si stagliava contro il blu denso e scuro della notte doveva essere fortemente suggestiva.

Tant’è che il discorso dei commensali è subito caduto sulla difficile vicenda della nostra Istericona. Il vino stappato in onore del dottore era molto particolare e sicuramente appropriato alla circostanza:  l’hanno portato gli Zii da Strasburgo, dalle cantine dell’Ospedale, dove anticamente i malati venivano curati con quel nettare, mi ha spiegato la Zia. Beh, se guarivano non lo so, ma sicuramente il vino li teneva su di morale. E sicuramente l’altra sera ha aiutato a sciogliere le lingue e sguinzagliare i ricordi.

Ma non divaghiamo, volevo solo rendere l’idea dell’atmosfera che si era creata quando a un tratto il dottore si è avvicinato alla finestra e rivolgendosi a me ha detto: Salvo, voglio raccontarti una storia. Mi sono sentito molto onorato e mi sono accovacciato sul davanzale mentre lui si sedeva sulla panchina davanti alla finestra, col bicchiere in mano.

E questa e' la storia:

“Tanti anni fa, una bimba piccolissima #Carmela, poteva avere due-tre anni, si ammalò gravemente. I dottori consultati non riuscivano a individuare la causa del male, forse una polmonite, forse una febbre reumatica. Fatto sta che i medici si avvicendavano al capezzale della bimbetta che, febbricitante e col respiro affannoso, si lamentava con una vocina sempre più sottile e roca. Scuotevano la testa perplessi e, avendo provati tutti i farmaci possibili e immaginabili senza esito positivo, non sapevano più che rimedi prescrivere. Man mano che i giorni passavano, le speranze che la piccola potesse guarire si andavano affievolendo.

Constatata l’impotenza della scienza, la mamma della bimba decise fare un gesto, non si sa bene se caritatevole, con l’intento strappare un ultimo sorriso alla piccola moribonda, o se in mente avesse un estremo tentativo di cura. Fatto si è che posò nel suo lettuccio, sulla candida copertina imbottita di piume, un micetto, un batuffolo di forse due mesi o tre, che avevano regalato alla bimba come compagno di giochi in occasione del suo compleanno, proprio pochi giorni prima che cadesse ammalata. Il gattino si avvicinò al viso della piccola inferma, spalancò le minuscole fauci e le soffio nelle narici. E il prodigio accadde. La bambina fece un profondo sospiro, aprì gli occhi, sorrise e riprese a respirare a pieni polmoni. Nel giro di ore bimba sfebbrò e in pochissimi giorni si riprese completamente e tornò a giocare con il suo compagno diletto.

I medici non seppero spiegarsi questa insperata guarigione, mentre parenti ed amici che venivano in visita commentavano con una locuzione all’apparenza banale, che spesso si dice ai convalescenti, che quel gattino le aveva “ridato l’anima”. In seguito, crescendo, molto e molte volte la bambina avrebbe  sentito raccontare l’episodio e ripetere quell’espressione. Col tempo, si fece convinta che non era una metafora, ma che davvero il gatto con quel soffio le aveva restituito il pneuma, il respiro, l’alito della vita che stava perdendo. Fu per quello, si convinse, che sviluppò una voce melodiosa e possente. E con tenacia e dedizione lei coltivò questo dono, fino a diventare una grande cantante lirica, oggi regina delle scene di tutto il mondo.

Mai però dimenticò quell’insufflazione di anima, e quell’alito vitale ricevuto allora in dono ora lo restituisce a quei gatti che incontrano difficoltà ad essere animali, cioè esseri dotati  di un’anima, o meglio che un anima ce l’hanno, ma priva è priva di respiro. Lei ora, nei momenti in cui non è presa dal canto, si fa carico di gatti difficili, spaventati, aggressivi, vittime di violenze o di disgrazie, o semplicemente mancanti di respiro.
 
Ho ascoltato in silenzio la storia. Un brivido mi ha percorso tutto il corpo, forse cominciava a fare freschetto, e mi si sono drizzati i peli della schiena. Ho pensato a Abby e al suo collarino che le toglieva il respiro soffocando la sua anima. Il dottore ha detto che la sua sposa verrà da noi ad agosto, e forse potrà aiutarla.

Ecco, a-mici. Io non lo so se questa storia è vera, non so se è scaturita dalla fervida immaginazione del dottore, o magari dal bicchiere di vino alsaziano.

Però una cosa voglio dirvi, e ne sono convinto: noi gatti possiamo dare respiro all’anima degli umani. Ricordatevelo sempre. Cercateci. Non abbandonateci.

Vostro Salvo da Agropoli.

Lascia un commento

Stai commentando come ospite.

Il 21º gatto

My Work Talks

Via Degli Ulivi
Città Sant'Angelo

Contatti

Email:

un Click per ascoltare!
Questo sito NON utilizza cookie di profilazione. Cookie Policy